
Sul greto del fiume Lumina, dove i sassi levigati sembrano piccole uova dimenticate, viveva Rospobrusco. Nessuno l’aveva mai visto sorridere, e le sue rughe erano come solchi scavati dall’impazienza.
Perché mai un rospo comune (Bufo bufo) dovrebbe brontolare, se ha tutto il fiume a disposizione?
Rospobrusco brontolava per il vento che increspava troppo l’acqua. Brontolava per le libellule che gli sfrecciavano vicino alle orecchie. Brontolava persino per la luna, colpevole di specchiarsi nel fiume proprio dove lui voleva dormire.
Le altre creature lo evitavano. “Meglio non disturbarlo” diceva TalpIlli alle sue cugine, “si arrabbia anche con le foglie che cadono troppo lente.”
E lui brontolava, brontolava: se chi passava di lì faceva troppo baccano, se l’alba nasceva, secondo lui, troppo presto, persino che l’acqua era troppo bagnata. Insomma, non c’era una sola cosa che gli andasse bene.
Una sera d’estate un temporale improvviso riempì la valle del Lumina di uno strepito d’acqua e tuoni, e tutte le creature del fiume corsero a ripararsi. Solo Rospobrusco restò fermo sul suo sasso, immobile, gli occhi socchiusi.
Cosa può fare un rospo brontolone davanti a un tale fracasso? “Quante ne avrà da dire, alla fine, Rospobrusco?” dicevano tutti gli abitanti della zona. “Non ci sarà più pace.”

Rospobrusco non si mosse. Ascoltava. E quando il temporale si placò, e tornò quel silenzio soffice che segue sempre la pioggia, lui aprì la bocca — e tutti gli animali che lo vedevano la spalancarono con lui. Ma non brontolò: iniziò a gracidare una nota lunga e bassa, come se rispondesse al fiume stesso. Era una cosa stupefacente.
Le altre creature, sbucando piano dai loro nascondigli, si fermarono ad ascoltarlo. Non avevano mai sentito Rospobrusco fare un suono che non fosse un lamento.
“Forse,” sussurrò TalpAndo, “brontolava solo perché nessuno lo ascoltava davvero.”
Da quella notte, ogni volta che pioveva forte, tutte le creature che vivevano lungo il fiume Lumina si radunavano vicino al sasso di Rospobrusco. E lui, gracidando la sua nota bassa nel silenzio dopo il temporale, non sembrava più brontolare.
Sembrava, semplicemente, cantare.
Il canto, dapprima una nota bassa e lunga, quasi triste, si prolungava a lungo, poi si innalzava in suoni più striduli e gorgheggianti. Proseguiva ancora con versi secchi e rapidi, e infine tornava a distendersi in un gorgheggio pieno. Pareva quasi che ringraziasse l’acqua — anche quando turbolenta — come fonte della vita di tutti, ma di lui in particolare.

Nessuno seppe mai dire con certezza cosa stesse dicendo Rospobrusco all’acqua, quella notte e tutte le notti dopo. C’era chi giurava fosse un rimprovero, l’ultimo di una lunga lista. Chi diceva fosse un ringraziamento. Chi, più semplicemente, smise di chiedersi cosa fosse, e si limitò ad ascoltare.
Ma a me, dalla cima di un albero, sembrava tanto un canto d’amore e di gratitudine che faceva venire i brividi.
Il fiume, per parte sua, continuò a scorrere — turbolento dopo la pioggia, placido nelle notti serene — senza mai rispondere.